lunedì 25 ottobre 2010

Madri e padri tra differenze di genere e reciprocità

Io non credo nell'istinto materno. Viviamo in una società dove d'istinto c'è rimasto ben poco. E il famigerato istinto materno fa un doppio gioco. Fa pensare alle mamme che abbiano il dovere di esserne provviste, ed offrono una giustificazione ai papà che sembrano non aver ricevuto questo dono dalla natura. Senza dubbio, se si pensa ad una evoluzione storica, si può riscontrare che quasi tutte le civiltà si sono organizzate relegando il ruolo normativo e dell'esteriorità agli uomini e il ruolo di accudimento e interiorità alla donna (attualmente si nega che sia mai esistita una società matriarcale, piuttosto si riconoscono alcune civiltà matrilineari). Senza stare a fare improbabili ipotesi, é chiaro che nelle società primitive la dipendenza del figlio alla madre e la ridotta possibilità di delegare o condividere l'accudimento, obbligava  la madre ad occuparsi esclusivamente dell'ambito familiare, acquisendo nei secoli capacità che sono state tramandate. Dall'altra parte, la distinta costituzione fisica dell'uomo lo predisponeva per i lavori più duri, relazionati alla ricerca di alimenti o al lavoro fisico per sostenere economicamente la famiglia. Forse è meno chiaro il motivo per il quale, in determinati momenti storici, si sia dato all'ambito esteriore più importanza rispetto a quello interiore, costruendo in questo modo la subordinazione della donna all'uomo.

Ma veniamo ai nostri tempi. Credo che, tecnicamente, uomini e donne possano fare e arrivare a qualunque cosa. Non nego che esistano differenze legate alla propria appartenenza ad un sesso, ci sono molti studi che lo dimostrano scientificamente, ed anche noi, nelle piccole cose del quotidiano, possiamo notarle. É altrettanto vero che è quasi impossibile differenziare ciò che é pura biologia da ciò che é condizionamento sociale. Peró, le predisposizioni biologiche non escludono il fatto che siamo tenuti ad apprendere ed essere competenti in molti e diversi ambiti che magari tradizionalmente non sono stati associati al sesso di appartenenza. Di fatto, le differenze intrinseche relazionate al fatto di appartenere ad un determinato sesso marcano appena i limiti che possono giustificare una classificazione in ruoli o funzioni completamente distinti e differenziati. Chiaramente, per quanto riguarda la genitorialità, solo le donne possono custodire tra le proprie membra un figlio ed allattarlo dal proprio seno, e questo, senza dubbio costituisce un certo vantaggio. Ma questa non deve essere la giustificazione al fatto che le madri siano più portate verso l'ambito educativo-affettivo. Se lo sono, ed effettivamente nella maggior parte dei casi é così, si deve piuttosto al fatto che dispongono di più possibilità di stare con i figli ed apprendere, oltre che contare su di una lunga tradizione di maternage e gestione della casa che si fonda su un sottostrato culturale che le ha quasi sempre considerate come le principali responsabili dell'ambito familiare.

Uomini e donne possono vivere una relazione complementare e reciproca, ma questa relazione sarà piena solo nel momento in cui ognuno dei due possiede qualcosa che può donare. Penso che sia il momento giusto perché all'ingresso della donna nel mondo del lavoro corrisponda un  ingresso dell'uomo nella famiglia. Non parlo solo di presenza (senz'altro importante), ma di una coparticipazione effettiva ed affetiva. Quest'obiettivo si può raggiungere attraverso l'educazione dei nostri figli. Non credo che il punto stia nel promuovere il gioco con bambole o macchine, nel scegliere il rosa o l'azzurro, un corso di danza o una squadra di calcio. A seconda delle caratteristiche del bambino, della famiglia e degli stimoli ambientali si manifesteranno più o meno quelle tendenze legate alla maschilità o alla femminilità.

Penso si tratti piuttosto di offrire ad ognuno molteplici opportunità e stimoli, tenendo presente soprattutto le caratteristiche personali e specifiche piuttosto che l'appartenenza ad un determinato sesso.  L'identità sessuale non si costruisce attraverso i giochi o i colori -che possono (o no) veicolare uno stereotipo di genere- ma attraverso l'identificazione o la differenziazione rispetto alle persone che ci stanno attorno. Per questo, sembra banale, ma l'esempio dei genitori è il primo strumento per abbattere gli stereotipi legati al genere. Un padre competente ed efficace nell'ambito familiare (affettivo e organizzativo) -gestione domestica e cura dei figli- trasmette un messaggio di abbattimento degli antichi ruoli lavorativi e familiari legati al sesso. I genitori che alfabetizzano anche i figli maschi ad una educazione affettiva ed emozionale e che facilitano l'apprendimento e l'abito della gestione domestica, promuovono l'incontro e la comprensione con l'altro sesso. Parlo soprattutto di uomini perché l'acquisizione di valori tipicamente associati con il maschile è una conquista che le donne stanno lavorando da tempo. Non si può dire lo stesso al contrario.

Di fatto, se ci pensiamo, sono meglio accettati i valori tradizionalmente maschili legati alla femminilità piuttosto che il contrario. Si dice ad una bambina o ad una ragazzina che è "un maschiaccio" ed in fondo pensiamo che non ci sia nulla di male, anzi. Ma quando si dice ad un bambino che è una "femminuccia" allora la cosa cambia. C'é ancora troppa paura verso l'acquisizione di valori tradizionalmente legati al femminile da parte degli uomini e questo si riflette nell'educazione. Ancora troppo spesso (ma per fortuna sempre di meno) si dividono gli incarichi a seconda del sesso: i figli maschi si dedicano agli incarichi duri e le femmine alla cucina ed alla gestione della casa.

Io credo che dovremmo guardare al di là delle differenze biologico genetiche, perché -se é possibile che esistano- l'unica cosa che possono suggerire sono degli ambiti nei quali la maggior parte dei maschi o delle femmine reagiscono o sentono in una determinata maniera. Ma questo non significa che non si possa comprendere ed apprendere anche l'altra faccia della medaglia. Solo chi é equipaggiato di tutte le competenze pratiche ed affettive per poter vivere autonomamente, può veramente donarsi in una relazione complementare con l'altro ed insegnarla ai figli.

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9 commenti:

  1. abbiamo scritto qualcosa di molto simile, nei contenuti. tu hai approfondito un pò di più. hai ragione a dire che nel momento in cui la donna fa il suo ingresso nel mondo del lavoro, l'uomo deve fare il suo nella famiglia. si parla tanto di aiuti alle famiglie che non ci sono, in Italia, di pari opportunità praticamente inesistenti, di discriminazione ecc. ma credo che faccia tutto parte di una mentalità tipicamente italiana, dove si crede che la donna abbia il suo ruolo e non è quello di andare a lavorare, che se si fa mantenere dal marito non c'è niente di male, anzi cosa può volere di più? alla fine è un circolo vizioso, finchè questa mentalità sarà la più diffusa chi ci governa sarà legittimato dal non affrontare questa situazione. e le pari opportunità non si fanno solo con le leggi e i servizi ma iniziano in famiglia, con il sostegno e la divisione equa dei compiti fra mamma e papà.

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  2. Il tuo post mi piace molto..è ben strutturato e centrato.
    Per fortuna qualcosa comincia a cambiare anche nella normativa.
    Anche i papà sono chiamati ad accudire i figli:due settimane di congedo a stipendio pieno per i neo papà. E' ancora poco, ma è comunque un ingresso in famiglia anche se le pari opportunità sono ancora un miraggio

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  3. A volte è sufficiente ascoltare. Credo che se partiamo da questo, se prendiamo in considerazione i bisogni e le esigenze dei bambini e non invece le nostre impostazioni strutturate, potremo fare il loro bene. Non il nostro bene, che invece è quello che spesso cerchiamo di fare anche senza accorgercene.

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  4. A volte è sufficiente ascoltare. Credo che se partiamo da questo, se prendiamo in considerazione i bisogni e le esigenze dei bambini e non invece le nostre impostazioni strutturate, potremo fare il loro bene. Non il nostro bene, che invece è quello che spesso cerchiamo di fare anche senza accorgercene.

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  5. non sono un'esperta ma avrei giurato che fossero esistite società vagamente matriarcali, ma neanche per sogno matrilineari! sai di qualche società matrilineare? mi interessa.

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  6. @cosmic: purtroppo non credo che sia parte di una mentalitá italiana ma di una mentalità che si basa sulla resistenza al cambiamento che è ampiamente diffusa -oserei dire- in tutto il mondo.

    @zicin: è molto poco in realtà ma si deve pur cominciare da qualcosa!

    @cristiano: basterebbe solo ascoltare...parole sante!! però è anche vero che nonostante le buone intenzioni, se non c'è coerenza tra queste e la società è difficile portare avanti un progetto educativo.

    @polly: l'ipotesi di società matriarcali, nelle quali il potere assoluto era delegato alla donna, è stata portata aventi moltissimi anni fa da bachofen. attualmente, quasi tutti gli studiosi, negano le sue tesi. si parla piuttosto di società matrilineari, cioé civiltà nelle quali la linea genealógica -cognome e eredità- è determinata dalla madre. Peró l'esercizio del potere e dell'autorità corrisponde allo zio materno. In questo caso il padre- marito non appartine al gruppo. Alcuni esempi sono gli indigeni Iroqueses del nord america e i Chibchas precoloniali in colombia. Si può confondere anche il matriarcato con l'esistenza di civiltà che risalgono a 15000 anni fa nelle quali si ha dato molta importanza al culto femminile (le veneri). Ma anche alle amazzoni nella mitologia greca. Anche se si da un grande significato al femminile non si tratta propriamente di matriarcato inteso, appunto, come potere assoluto della donna.
    spero ti possa servire :)

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  7. io credo che stiamo lentamente camminando verso al aprità, ma il cammino è LUNGHISSIMO. qual'è il corrispettivo di "zitella" al maschile?? non c'è, perhcè nell'evoluzione della lingua si è considerato che la donna senza l'uomo inacidisce, ma l'uomo senza la donna no!
    grrr!

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  8. @chechimadrid: un'altra italo spagnola! benvenuta! hai ragione quando fai questi esempi. ma io penso che sia meglio pensare in positivo. se pensiamo alle ingiustizie non siamo disposte a ricominciare verso un cammino autentico di reciprocità. Al contrario viviamo la relazione uomo-donna come una continua rivendicazione di diritti.

    @mammalelella: thanks!

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