Io non credo nell'
istinto materno. Viviamo in una società dove d'istinto c'è rimasto ben poco. E il famigerato
istinto materno fa un doppio gioco. Fa pensare alle mamme che abbiano il dovere di esserne provviste, ed offrono una giustificazione ai papà che sembrano non aver ricevuto questo dono dalla natura. Senza dubbio, se si pensa ad una evoluzione storica, si può riscontrare che quasi tutte le civiltà si sono organizzate relegando il ruolo normativo e dell'esteriorità agli uomini e il ruolo di accudimento e interiorità alla donna (attualmente si nega che sia mai esistita una società matriarcale, piuttosto si riconoscono alcune civiltà
matrilineari). Senza stare a fare improbabili ipotesi, é chiaro che nelle società primitive la dipendenza del figlio alla madre e la ridotta possibilità di delegare o condividere l'accudimento, obbligava la madre ad occuparsi esclusivamente dell'ambito familiare, acquisendo nei secoli capacità che sono state tramandate. Dall'altra parte, la distinta costituzione fisica dell'uomo lo predisponeva per i lavori più duri, relazionati alla ricerca di alimenti o al lavoro fisico per sostenere economicamente la famiglia. Forse è meno chiaro il motivo per il quale, in determinati momenti storici, si sia dato all'ambito
esteriore più importanza rispetto a quello
interiore, costruendo in questo modo la subordinazione della donna all'uomo.

Ma veniamo ai nostri tempi. Credo che, tecnicamente, uomini e donne possano fare e arrivare a qualunque cosa. Non nego che esistano differenze legate alla propria appartenenza ad un sesso, ci sono molti studi che lo dimostrano scientificamente, ed anche noi, nelle piccole cose del quotidiano, possiamo notarle. É altrettanto vero che è quasi impossibile differenziare ciò che é pura biologia da ciò che é condizionamento sociale. Peró, le predisposizioni biologiche non escludono il fatto che siamo tenuti ad apprendere ed essere competenti in molti e diversi ambiti che magari tradizionalmente non sono stati associati al sesso di appartenenza. Di fatto, le differenze intrinseche relazionate al fatto di appartenere ad un determinato sesso marcano appena i limiti che possono giustificare una classificazione in ruoli o funzioni completamente distinti e differenziati. Chiaramente, per quanto riguarda la genitorialità, solo le donne possono custodire tra le proprie membra un figlio ed allattarlo dal proprio seno, e questo, senza dubbio costituisce un certo vantaggio. Ma questa non deve essere la giustificazione al fatto che le madri siano più
portate verso l'ambito educativo-affettivo. Se lo sono, ed effettivamente nella maggior parte dei casi é così, si deve piuttosto al fatto che dispongono di più possibilità di stare con i figli ed apprendere, oltre che contare su di una lunga tradizione di
maternage e gestione della casa che si fonda su un sottostrato culturale che le ha quasi sempre considerate come le principali responsabili dell'ambito familiare.
Uomini e donne possono vivere una relazione complementare e reciproca, ma questa relazione sarà piena solo nel momento in cui ognuno dei due possiede qualcosa che può donare. Penso che sia il momento giusto perché all'ingresso della donna nel mondo del lavoro corrisponda un ingresso dell'uomo nella famiglia. Non parlo solo di presenza (senz'altro importante), ma di una coparticipazione
effettiva ed
affetiva. Quest'obiettivo si può raggiungere attraverso l'educazione dei nostri figli. Non credo che il punto stia nel promuovere il gioco con bambole o macchine, nel scegliere il rosa o l'azzurro, un corso di danza o una squadra di calcio. A seconda delle caratteristiche del bambino, della famiglia e degli stimoli ambientali si manifesteranno più o meno quelle tendenze legate alla maschilità o alla femminilità.
Penso si tratti piuttosto di offrire ad ognuno molteplici
opportunità e
stimoli, tenendo presente soprattutto le caratteristiche personali e specifiche piuttosto che l'appartenenza ad un determinato sesso. L'identità sessuale non si costruisce attraverso i giochi o i colori -che possono (o no) veicolare uno stereotipo di genere- ma attraverso l'identificazione o la differenziazione rispetto alle persone che ci stanno attorno. Per questo, sembra banale, ma l'esempio dei genitori è il primo strumento per abbattere gli stereotipi legati al genere. Un padre competente ed efficace nell'ambito familiare (affettivo e organizzativo) -gestione domestica e cura dei figli- trasmette un messaggio di abbattimento degli antichi ruoli lavorativi e familiari legati al sesso. I genitori che
alfabetizzano anche i figli maschi ad una educazione affettiva ed emozionale e che facilitano l'apprendimento e l'abito della gestione domestica, promuovono l'incontro e la comprensione con l'altro sesso. Parlo soprattutto di uomini perché l'acquisizione di valori tipicamente associati con il maschile è una conquista che le donne stanno lavorando da tempo. Non si può dire lo stesso al contrario.

Di fatto, se ci pensiamo, sono meglio accettati i valori tradizionalmente maschili legati alla femminilità piuttosto che il contrario. Si dice ad una bambina o ad una ragazzina che è "un maschiaccio" ed in fondo pensiamo che non ci sia nulla di male, anzi. Ma quando si dice ad un bambino che è una "femminuccia" allora la cosa cambia. C'é ancora troppa paura verso l'acquisizione di valori tradizionalmente legati al femminile da parte degli uomini e questo si riflette nell'educazione. Ancora troppo spesso (ma per fortuna sempre di meno) si dividono gli incarichi a seconda del sesso: i figli maschi si dedicano agli incarichi duri e le femmine alla cucina ed alla gestione della casa.
Io credo che dovremmo guardare al di là delle differenze biologico genetiche, perché -se é possibile che esistano- l'unica cosa che possono suggerire sono degli ambiti nei quali la maggior parte dei maschi o delle femmine reagiscono o sentono in una determinata maniera. Ma questo non significa che non si possa comprendere ed apprendere anche l'altra faccia della medaglia. Solo chi é equipaggiato di tutte le competenze pratiche ed affettive per poter vivere autonomamente, può veramente donarsi in una relazione complementare con l'altro ed insegnarla ai figli.
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